Qualche settimana addietro ho potuto partecipare ad un momento di confronto pubblico con il ministro Elsa Fornero. L'occasione, manco a dirlo, era la prospettiva per il welfare state di domani e del futuro. Forte la domanda che faceva da titolo all'incontro: la crisi ucciderà il welfare? Dovendo tentare una risposta nasce in me una visione piuttosto dubitativa. Infatti, la crisi economico e finanziaria ha certamente avuto influssi peggiorativi sul sistema italiano di protezione sociale, ma non ritengo sia la causa diretta, o perlomeno non unica, di un suo possibile tracollo. Sono ormai alcuni decenni che il sistema italiano di welfare presenta evidenti sintomi di debolezza strutturale dovuta, tra gli altri, al fattore di collateralismo cui è stato sottoposto nelle scelte delle politiche generali e nel pensiero culturale degli ultimi decenni. È ancora considerato in senso riparatorio rispetto a falle ed ingiustizie che il sistema nel suo complesso va generando, soprattutto nei confronti della fasce più fragili della società. Viene considerato "cosa per i poveri" e non attore capace di generare sviluppo oltre che coesione sociale ed inclusione. Il fatto che in quasi quaranta anni di politiche di welfare non si sia riusciti minimamente ad intaccare uno zoccolo duro di povertà gravi, che permangono stabilmente, è segnale di tale insufficienza.